Il Pianeta Rosso
March 24th, 2008 Posted in Osservare il Cielo | No Comments »100 milioni di anni fa il pianeta rosso fu sconvolto da violenti episodi geologici che ne mutarono il paesaggio.
100 milioni di anni fa il pianeta rosso fu sconvolto da violenti episodi geologici che ne mutarono il paesaggio.
Come previsto, 2007-Tu24 ha “sfiorato” la Terra, 530 mila km sulle nostre teste. Il transito è stato filmato dall’osservatorio di Remanzacco
Le spettacolari immagini inviate dalla sonda lunare giapponese “Serene”: il nostro pianeta visto da 380mila chilometri di distanza
Notizie dallo spazio. Vicino e lontano. Dai dintorni della nostra Terra a un remoto “doppio anello di Einstein”, fenomeno mai osservato prima.
La Nasa ha fissato per il 7 febbraio il lancio del laboratorio europeo Columbus che dovrà aggiungersi alla Stazione Spaziale Internazionale. Il cattivo funzionamento di alcuni sensori del propellente liquido aveva bloccato la missione all’inizio dello scorso dicembre. E questo è il fronte dello spazio vicino: ricordiamo che si può andare dal suolo alla Stazione Spaziale in due ore anche in automobile. Basta che viaggiare in direzione perpendicolare al suolo…
Sul fronte spaziale un po’ più lontano, grandi manovre vicino al pianeta Mercurio. Nelle prossime ore la navicella della Nasa “Messenger” eseguirà il suo primo flyby a ridosso del pianeta più vicino al Sole e trasmetterà 1200 immagini e una grande massa di dati. Ma lo scopo principale della manovra è rallentare la velocità della sonda in vista del proprio inserimento in orbita nel marzo 2011. Dopo il flyby il periodo orbitale di Messenger intorno al Sole si ridurrà di 11 giorni avvicinandosi a quello di Mercurio, che è di 88 giorni. Spostiamoci ora su una frontiera più remota. Tre sono le notizie, e tutte molto suggestive.
Una gigantesca nube di gas è in rotta di collisione con la nostra galassia, la Via Lattea: quando lo scontro avverrà, nasceranno milioni di stelle a causa dell’interazione tra la materia della nube e le nebulose galattiche. Il lieto evento è però ancora lontano: si parla di 20-40 milioni di anni. L’annuncio della scoperta, fatta con il radiotelescopio di Green Bank in West Virginia, viene dal congresso della American Astronomical Society.
Tutta europea è invece l’ultima scoperta fatta con il satellite Integral per l’osservazione del cielo dalla finestra dei raggi gamma: nella zona centrale della Via Lattea c’è una nube di antimateria. In un primo tempo si era pensato che l’energia gamma osservata fosse dovuta al decadimento di materia oscura. Ma poi si è verificato che i raggi gamma emessi hanno l’energia di 511 mila elettronvolt, esattamente quella che si ottiene dall’annichilazione di un elettrone con un positrone, cioè la sua antiparticella. E’ la prima volta che si scopre una quantità consistente si antimateria. Si fa così un po’ di luce sulla misteriosa scomparsa di quasi tutta l’antimateria che dovrebbe essersi generata nel Big Bang.
L’ultima notizia è un’altra “prima” assoluta: il telescopio spaziale Hubble ha rivelato un doppio “anello di Einstein” intorno a una lontanissima galassia. L’effetto ottico è dovuto alla “lente gravitazionale” generata dalla presenza di un oggetto massiccio lungo il cammino della luce tra noi e la galassia. Si conoscono ormai molte “croci” e molti “anelli” di Einstein ma non si era mai osservato un doppio anello. Una scoperta che lascerà il segno nella breve storia dell’”ottica gravitazionale”.
Chiudiamo riproducendo il bilancio che l’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, traccia per l’anno appena concluso: i contributi della nostra ricerca in questo campo sono i più numerosi e avanzati rispetto a tutte le altre discipline. Una volta tanto un segnale in controtendenza mentre tanto si parla, purtroppo con buon fondamento, del “declino italiano”. Ecco l’elenco dei risultati più importanti.
1) Un gruppo di ricerca dell’Inaf ha scoperto, grazie al satellite INTEGRAL dell’Agenzia Spaziale Europea, uno dei più remoti oggetti dell’Universo: un buco nero distante miliardi di anni luce da noi che emette una spaventosa quantità di energia. Lo studio dell’Universo profondo è stato coronato da importanti scoperte, come quella degli elusivi buchi neri circondati da enormi nuvole di gas e polveri, che possono creare delle vere e proprie eclissi, assorbendo periodicamente l’enorme quantità di radiazione emessa da questi oggetti celesti.
2) Dall’8 maggio del 2007 l’Italia ha a disposizione un nuovo strumento per studiare i fenomeni più energetici del Cosmo: AGILE. In quella data il satellite dell’Agenzia Spaziale Italiana, nella cui ideazione e realizzazione l’INAF ha giocato un ruolo di primo piano, ha registrato il primo raggio gamma proveniente dallo spazio con i suoi sofisticati ed innovativi strumenti. I risultati scientifici non hanno tardato ad arrivare. A tre mesi dal lancio i sensori del satellite hanno infatti catturato un potente flare gamma e, a poche ore di distanza e, in una posizione completamente diversa, un lampo di raggi gamma, GRB.
3) Importanti risultati sono stati ottenuti anche nello studio delle Supernove, fenomeni catastrofici in cui una stella esplode emettendo in pochi secondi miliardi di volte la luminosità del nostro Sole. Sono oggi meglio conosciuti i meccanismi che innescano le esplosioni di questi oggetti celesti utilizzati come “fari campione” per stimare le distanze nell’Universo. Sarà quindi più precisa la misura dell’accelerazione dell’espansione dell’Universo e anche delle sue dimensioni.
4) Nella caccia ai pianeti extrasolari – oramai ne sono noti oltre 250 – Roberto Silvotti – Osservatorio Astronomico di Capodimonte – ne ha scoperto uno davvero particolare: V 391 Pegasi B. E’ il primo scoperto ad orbitare intorno ad una stella al termine della sua evoluzione, quella che gli astronomi chiamano “gigante rossa”. Un po’ come vedere in anteprima quello che potrebbe essere il destino della Terra tra circa 5 miliardi di anni.
6) Anche la nostra Galassia, la Via Lattea, ha degli aspetti sorprendenti che costringeranno gli astronomi a riscriverne la storia della sua formazione. E’ stata individuata infatti per la prima volta la presenza di due popolazioni stellari dell’alone della nostra Galassia con proprietà profondamente diverse tra loro: tanto che un gruppo ruota in un verso intorno al centro galattico, mentre l’altro viaggia in direzione completamente opposta. Il merito di questa scoperta è di Daniela Carollo dell’Osservatorio di Torino, che ha guidato un team internazionale di ricercatori.
7) Spostando l’attenzione al nostro Sistema solare, il 2007 ha visto il lancio della sonda Dawn della NASA che studierà Cerere e Vesta, due tra i più grandi asteroidi conosciuti anche grazie allo spettrometro VIR, uno strumento tutto italiano realizzato dal personale dell’INAF e della Galileo Avionica. E per una missione appena partita, un’altra in pieno svolgimento: quella di Venus Express che con lo spettrometro VIRTIS, il “predecessore” di VIR, sta scoprendo i segreti di Venere, il “pianeta gemello” della Terra: venti a 400 chilometri orari, luce fluorescente ad alta quota, un doppio vortice che si estende per 3.000 chilometri al polo sud del pianeta.
La “ciliegina sulla torta” è arrivata proprio in conclusione d’anno: l’ONU ha proclamato il 2009 Anno Internazionale dell’Astronomia, per ricordare il IV° Centenario del primo utilizzo del cannocchiale nell’osservazione del cielo, dovuto a Galileo Galilei.

Persino Isaac Newton si avventurò in previsioni. Non astrologiche ma, per così dire, teologiche. Calcolò, sulla base di una sua interpretazione del testo biblico dell’Apocalisse, che la fine del mondo dovrebbe arrivare nel 2060.
Sapremo tra 52 anni se Newton aveva ragione. Intanto però possiamo verificare come sono andate le previsioni degli astrologi per il 2007.
Puntuale, come ormai è tradizione, il Cicap, Comitato italiano per l’accertamento delle affermazioni sul paranormale, ha confrontato gli oroscopi e la realtà di ciò che è accaduto. Con il solito esito: veggenti e astrologi indovinano solo l’ovvio.
In Francia Segolène Royale vincerà le elezioni contro Sarkozy, il prezzo del petrolio aumenterà e non si riusciranno a fare i partitoni come quello Democratico. Parola dell’astrologa Horus un anno fa, sulle pagine de Il Venerdì di Repubblica. In realtà Sarkozy ha vinto, il Partito Democratico è nato, e anche Berlusconi ne ha fondato uno nuovo. È vero, il prezzo del petrolio è salito, ma chi avrebbe scommesso sul contrario?
Da un paio d’anni la raccolta dei dati da parte del Cicap è più completa grazie al gruppo di volontari coordinati da Andrea Proietti Lupi. «Dobbiamo raccogliere sempre più materiale per trovare qualche previsione che non sia troppo vaga per essere verificabile», spiega Proietti Lupi. «Basti ricordare che un’astrologa particolarmente prudente è arrivata a dire che ‘Non è possibile prevedere quale sarà l’effettiva situazione finanziaria del paese’». «Questo è un raro esempio di realismo, ma più spesso abbiamo a che fare con affermazioni vaghe e ambigue» commenta Stefano Bagnasco, fisico all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e coordinatore del Gruppo di Studio sull’Astrologia del Cicap.
Benvenuti nel 2008, anno bisestile che va dal 2.454.467esimo giorno giuliano al 2.454.832esimo.
E’, questo, il numero dei giorni che sono passati dal mezzogiorno di lunedì 1° gennaio del 4713 avanti Cristo secondo il calendario giuliano prolettico. Il giorno giuliano fu ideato da Joseph Justus Scaliger, che lo introdusse nel suo libro “De computatione temporum” del 1583. Il periodo giuliano introdotto da Scaliger è di 7980 anni giuliani. Il Quello attuale, iniziato appunto il 1° gennaio del 4713 avanti Cristo, si concluderà nell’anno 3268, che pochi di noi vedranno.
Inutile complicazione? Al contrario, una semplificazione. Il giorno giuliano ha la funzione di fornire agli astronomi un sistema unitario di date che possa essere usato per lavorare con calendari diversi (cinese, ebraico, ortodosso, arabo etc.) e per unificare differenti cronologie storiche.
Non insisteremo sul fatto che il 2008 sia anno bisestile. La superstizione vuole che questa proprietà sia foriera di disgrazie. A essere concreti e razionali, è una (piccola) disgrazia per tutti i lavoratori dipendenti a paga mensile, che in febbraio dovranno lavorare un giorno in più per lo stesso stipendio, mentre è un affare per tutti gli imprenditori che, spendendo in salari la stessa cifra del febbraio del 2001, 2002 e 2003, avranno un giorno di produzione in più. Come al solito, ciò che per qualcuno va storto, per qualcun altro va dritto.
Invece di preoccuparsi dell’anno bisesto, i superstiziosi si consolino pensando che l’8, se ruotato di 90 gradi, è il suggestivo simbolo dell’infinito…
Nei primi giorni di gennaio – per essere precisi, può capitare tra le ore 21 del 1° gennaio e le ore 23 del 4 – la Terra passa nel punto della sua orbita più vicino al Sole, il perielio. In quel momento la distanza dalla nostra stella si riduce a 147.100.000 chilometri.
Il Rapporto PISA sulla preparazione degli studenti delle scuole medie superiori nei paesi dell’Ocse ci ha detto qualche settimana fa che dei ragazzi italiani uno su due non sa spiegare perché si alternino il giorno e la notte. Non ci stupiremo, dunque,
se sono ancora in molti a credere che d’inverno faccia più freddo perché la Terra è più lontana dal Sole, senza pensare che, contemporaneamente, nell’emisfero australe è estate.
In realtà, a determinare le stagioni è l’inclinazione dell’asse di rotazione della Terra rispetto al piano della sua orbita. Nell’emisfero Nord d’inverno fa più freddo semplicemente perché il Sole rimane sull’orizzonte per un tempo più breve e, anche a mezzogiorno, si alza di poco nel cielo. I suoi raggi, quindi, devono attraversare uno strato più spesso e denso di aria, perdendo energia. Al contrario, d’inverno nell’emisfero Sud, le giornate sono lunghe e il Sole culmina altissimo. Come è facile capire, la situazione si inverte sei mesi dopo: l’emisfero boreale vive la sua estate e l’emisfero australe il suo inverno.
L’inclinazione dell’asse terrestre è di circa 23 gradi e mezzo: quindi, nell’arco di un anno, l’altezza del Sole a mezzogiorno può oscillare di ben 47 gradi. Per la varietà della vita, è una fortuna che la Terra abbia l’asse storto.
Quando la Terra passa al perielio, raggiunge anche la massima velocità orbitale: 30,04 chilometri al secondo; quando passa all’afelio, il punto più lontano, tra il 2 e il 6 luglio, scende invece alla velocità minima: circa 29,54 chilometri al secondo. Questo fatto in molte persone, anche colte, desta meraviglia. Come mai la Terra stagionalmente, accelera e frena?
Basterebbe ricordare la seconda legge di Keplero (o meglio ancora la legge di gravitazione universale di Newton) per non stupirsi più: quando è più vicina al Sole, la Terra avverte un’attrazione maggiore, e quindi deve muoversi più rapidamente di quando ne è più lontana.
Tra perielio e afelio, la distanza Terra-Sole varia da 147 a 152 milioni di chilometri. C’è dunque anche una variazione nella quantità di energia ricevuta, ma non è rilevante rispetto all’effetto dovuto all’inclinazione dell’asse di rotazione. Tutt’al più la variazione della distanza Terra-Sole può accentuare il divario tra estate e inverno nell’emisfero australe, e smussare un poco la differenza in quello boreale.
In ogni caso, auguri, ovunque voi siate!
Cielo spettacolare, quello di questo Natale. Mentre la cometa Holmes diventa sempre più luminosa, arriva a farle compagnia la cometa Tuttle, che tra pochi giorni, esattamente il 30 dicembre, ruberà la scena alla collega perché si sovrapporrà a una galassia, la M-33, che si trova nella costellazione del Triangolo.
Ora è sicuro: il 2009 sarà l’Anno Internazionale dell’Astronomia. Lo ha proclamato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua riunione del 20 dicembre accogliendo la proposta che l’UNESCO, l’organo delle Nazioni Unite per l’Educazione e la Scienza, aveva avanzato nel dicembre 2005.
E’ un’altra vittoria italiana, dopo quella che ha portato al voto contro la pena di morte. Il primo promotore della mozione, fin dal 2003, prima all’UNESCO e poi all’ONU, è stato proprio il nostro paese, e molto si deve a Franco Pacini, già direttore dell’Osservatorio astrofisico di Arcetri.
Ovviamente non è un caso che proprio a poche centinaia di metri dalle cupole dell’Osservatorio sorga “il Gioiello”, la villetta dove Galileo trascorse i suoi ultimi anni da confinato, dopo la condanna inflittagli dal Sant’Uffizio.
Il 1609 fu l’anno più straordinario nella storia dell’astronomia, quello in cui per la prima volta un cannocchiale fu puntato verso il cielo e agli occhi di Galileo si rivelarono i crateri della Luna, le fasi di Venere, i satelliti di Giove, la polvere di stelle della Via Lattea. Era d’obbligo, 400 anni dopo, celebrare quella svolta decisiva nella storia della cultura.
Il coordinamento dell’Anno Internazionale dell’Astronomia è affidato ad UNESCO. L’affiancheranno l’Unione Astronomica Internazionale (IAU) e l’European Southern Observatory (ESO). La International Astronomical Union è la società scientifica che raggruppa tutti gli Astronomi ed Astrofisici nel mondo, di cui INAF (Istituto nazionale di astrofisica) è il “pezzo” italiano, ed è anche l’organizzazione che nel 2003, allora sotto la presidenza di Franco Pacini, lanciò l’idea di proporre l’Aanno internazionale dell’astronomia.
Finora hanno firmato l’accordo per la celebrazione del 2009 99 nazioni e 14 organizzazioni internazionali per la comunicazione ed educazione scientifica. In ogni nazione partecipante è stato designato un referente. Nel caso dell’Italia il compito è affidato all’INAF, che dovrà promuovere collaborazioni fra Università, Science Center, società scientifiche e di appassionati di astronomia in vista delle manifestazioni ed eventi del 2009.
Per l’Italia esiste già un programma di manifestazioni previste dall’INAF. A partire dal 15 gennaio 2008 sarà attivo un sito Web che riporterà informazioni e notizie e raccoglierà proposte di altri eventi.
Obiettivo dell’IYA2009 - International Year of Astronomy - è aiutare il pubblico di tutto il mondo a riscoprire il proprio posto e ruolo nell’universo attraverso una ritrovata consuetudine con il cielo.Il motto dell’IYA2009, “L’Universo, a te scoprirlo” (”The Universe, Yours to Discover”) cerca di rendere conto del senso di questa riscoperta personale e collettiva, che punta a far percepire come la conoscenza scientifica possa contribuire a un mondo più equo e pacifico.
Una stella esplode in una galassia a 200 milioni di anni luce e in Italia due astronomi dilettanti se ne accorgono, usando strumenti quasi artigianali, sotto il cielo non proprio esaltante della città di Lucca. E’ il primo successo di un programma di osservazione automatico coordinato dall’Osservatorio astronomico di Monte Agliale. La stella esplosa è identificata come la Supernova extragalattica 2007ru. Si trova in una galassia a spirale barrata nella costellazione di Andromeda. Gli scopritori sono Sauro Donati e Fabrizio Ciabattari del Gruppo Ricerche Astronomiche (G.R.A.). Il riconoscimento ufficiale è del 1° dicembre.
L’immagine che ha permesso la scoperta (foto) l’ha ottenuta Donati la sera del 27 novembre con un telescopio Schmidt-Cassegrain da 30 cm di apertura. Lo stesso oggetto è stato osservato nella notte del 30 dicembre anche dai ricercatori americani del LOSS, programma professionale californiano dedicato al monitoraggio di oggetti celesti.
Donati lavorava nel suo osservatorio alla periferia di Lucca impiegando i software per la ricerca automatica di supernove sviluppati dai membri del G.R.A. che operano all’Osservatorio astronomico di Monte Agliale.
L’osservazione sistematica e paziente di galassie selezionate in base alle caratteristiche del telescopio disponbile e alla qualità del cielo notturno della periferia cittadina, ha permesso a Donati di notare, la sera del 27 novembre, nella galassia catalogata come UGC12381 la presenza di una stella “estranea”. Il confronto con immagini di riferimento ha subito suggerito la possibilità che si trattasse di una supernova. La sera dopo lo stesso oggetto è stato osservato anche con il telescopio “Lotti” dell’Osservatorio Astronomico di Monte Agliale, ottenendo la conferma.
In queste ore un asteroide con un diametro di una cinquantina di metri si trova a metà strada tra la Terra e Marte. Il gioco di attrazione dei vari pianeti del sistema solare ha voluto che l’oggetto fosse stato richiamato dalla forza di gravità marziana. E così nelle prossime settimane l’asteroide potrebbe cadere su Marte. Al momento ha una possibilità su 75 di colpirlo il prossimo 30 gennaio. Una probabilità elevatissima visto che solitamente le possibilità delle scontro tra asteroidi e pianeti si calcolano su valori raffrontati al milione.
“E’ un dato davvero molto strano quello che abbiamo trovato per questo asteroide, che ci ha lasciati tutti perplessi”, ha detto Steve Chesley, un astronomo del Near Earth Object Program del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, l’ente che si occupa di tenere sotto controllo gli oltre 5.000 oggetti che potrebbero impattare con la Terra.
L’asteroide in questione, noto come 2007 WD5, è stato scoperto lo scorso mese di novembre e possiede dimensioni paragonabili a quello che precipitò in Siberia, lungo il fiume Tunguska, nel giugno del 1908. Nel momento dell’impatto con l’atmosfera terrestre, produsse una deflagrazione paragonabile ad un’esplosione nucleare di alcuni megatoni e distrusse milioni di alberi. Un frammento creò un lago di 500 metri di diametro.
Date le piccole dimensioni di 2007 WD5 e il breve tempo da che è stato scoperto è molto difficile calcolare con precisione la sua rotta, tuttavia giorno dopo giorno le probabilità dello scontro con Marte sono andate via via aumentando. “La certezza, se avverrà o meno l’impatto tra l’asteroide e Marte, l’avremo agli inizi di gennaio, quando conosceremo esattamente le proprietà della sua traiettoria. Al momento possiamo dire che è in rotta di collisione con il pianeta, ma non ne abbiamo la sicurezza assoluta”, ha spiegato Chesley.
Stando alle informazioni raccolte finora, l’asteroide potrebbe colpire Marte in prossimità dell’equatore, non molto distante dal rover della Nasa Opportunity, che sta esplorando la superficie marziana dal 2004. Il rover, tuttavia, non dovrebbe subire danni, perché il punto di impatto (ad oggi calcolato) sarà in un’area posta oltre l’orizzonte di Opportunity e nessun frammento dell’oggetto, dunque, dovrebbe colpirlo.
Il risultato dello scontro potrebbe essere un cratere di circa un chilometro e mezzo di diametro, più o meno simile al Meteor Crater dell’Arizona. Le polveri sollevate potrebbero essere osservate anche dai più potenti telescopi terrestri.
Se l’evento dovesse realmente accadere ricorderà quello che avvenne nel 1994, quando la cometa Shoemaker-Levy 9, dopo essersi spezzata in vari frammenti, precipitò nell’atmosfera gassosa di Giove.
“Anche se 2007 WD5 non colpirà il nostro pianeta - ha sottolineato Chesley-, l’evento ci permetterà di studiare le conseguenze dello scontro tra un asteroide e un pianeta simile alla Terra e ancora una volta, ci ricorda il pericolo di questi oggetti, che sono presenti a migliaia nello spazio del sistema solare e che prima o poi potranno colpire anche la Terra”.
Date le recenti apparizioni di comete, cometa Hyakutake (1996) e cometa Hale Bopp (1997), abbondantemente pubblicizzate, diamo pure uno sguardo a questi corpi che per secoli hanno affascinato (e intimorito)l’uomo.Cosa sono e come si muovono Le comete sono corpi inconsistenti (la loro densita e molto minore di quella dell’acqua), costituiti da un miscuglio di polveri, di gas gelati come anidride carbonica, monossido di carbonio, metano. Esse simuovono attraverso il sistema solare su orbite allungate, tornando ad avvicinarsi al Sole a intervalli che vanno da pochi anni a molte migliaia di anni.
Da dove provengono
Si ritiene che agli oscuri (e freddi) bordi esterni del sistema solare, a circa un anno luce dai suoi confini, esista una nube di miliardi di comete, la cosiddetta nube di Oort. Recenti osservazioni inoltre rafforzano l’esistenza di un ulteriore fascia (la fascia di Kuiper) dove, per mezzo del Telescopio Spaziale Hubble, sono state evidenziate numerose deboli immagini cometarie. L’influsso gravitazionale delle stelle piu prossime fa sì che la nube abbia una simmetria sferica: ogni tanto una perturbazione stellare ne modifica la traiettoria e spinge le comete su nuove orbite, strappandole dalla nube e portandole verso il Sole, dove diventano visibili.
Come si comportano
Quando una cometa e lontana dal Sole, risplende solo riflettendo la luce solare. In questo stadio la cometa e piccola (solo pochi km di diametro) e debole. Avvicinandosi al Sole, la cometa si riscalda, e il ghiaccio, sublimando, si trasforma in gas e quindi si ionizza diventando fluorescente. In tal modo la luminosita della cometa aumenta notevolmente.I gas e la polvere liberati dal riscaldamento producono un alone o chioma (la coma), del diametro di un centinaio di migliaia di km. E questo il responsabile dell’aspetto sfumato della coma. Al centro della chioma c’e il nucleo, del diametro di pochi chilometri soltanto e unica parte solida della cometa, formato da pezzi di ghiaccio e roccia. Non tutte le comete hanno una coda, ma molte sì. Una parte della coda e costituita dai gas soffiati via dalla testa della cometa dal vento solare (questa parte della coda e quella che punta esattamente nel verso opposto al Sole data la piccola massa di cui e composta). Essendo costituita dai gas ionizzati (ossia gli atomi del gas sono stati privati di qualche elettrone) questa parte di coda emette luce sua propria. L’altra parte della coda e costituita da particelle di polvere liberate dalla testa per l’evaporazione dei gas. Anche questa parte punta approssimativamente nella direzione opposta al Sole e puo estendersi perpiu di 100 milioni di km ma, malgrado il suo aspetto stupendo, e meno densa del miglior vuoto che si possa creare nei laboratori terrestri. Diversamente dalla prima, la luminosita di questa e dovuta alla riflessione della luce solare. Così per l’origine diversa di queste code, spesso le comete appaiono con queste separate e ben distinte, com’e stato il caso della Hale Bopp. Inoltre quando la cometa si allontana dal Sole, la coda precede la chioma ed il nucleo. Occasionalmente sono state osservate sulle comete delle variazioni significative della luminosita dovute a emissioni di gas e polveri provenienti da zone piu attive della superficie nucleo oppure, come notato anche recentemente (1994) in occasione della cometa ShoemakerLevy 9, a frazionamenti del nucleo in due o piu parti.

Tra le orbite di Marte e Giove c’e una moltitudine di piccoli corpi orbitanti attorno al Sole. Il piu grande di questi e chiamato Cerere (scoperto a Palermo nel 1801 dall’abate Piazzi) e possiede un diametro di 1003 km, ma la maggioranza sono corpi molto piccoli con diametri di pochi chilometri. Sono i cosiddetti asteroidi o pianetini e si possono classificare in due diversi tipi: quelli composti principalmente da rocce ricche di silicio e quelli aventi composizione prevalentemente carbonacea. Se ne conoscono circa 2000, la grande maggioranza dei quali si trova oltre l’orbita di Marte a 1;5 UA ma si pensa che la fascia degli asteroidi comprenda circa 400.000 oggetti di diametro superiore al km. Tuttavia sommando le loro masse si otterrebbe un corpo grande come la Luna; gli asteroidi pertanto non sono come ipotizzato, i resti di un antico pianeta esploso, ma i resti della formazione dei pianeti maggiori.In se e per se i pianetini non rivestono una grande importanza. Non hanno atmosfera che non potrebbero comunque trattenere, ne esercitano perturbazioni sui pianeti vicini. Alcuni pero possiedono orbite fortemente ellittiche e quindi si allontanano sensibilmente dalla fascia degli asteroidi intersecando talvolta l’orbita terrestre. Sono i cosiddetti asteroidi Apollo. Questi oggetti sono stati i principali responsabili dei crateri di diametro superiore ai 5 km sulla Terra, la Luna, Mercurio e Venere. Asteroidi di questo tipo devono aver colpito la Terra nel passato (si stima con una frequenza di 4 collisioni per milione d’anni) e altri possono farlo in futuro, con effetti devastanti. Si pensi che l’incontro della Terra con un oggetto Apollo di un km di diametro e di densita normale (3;5 g/cm3) potrebbe scavare un cratere di 22 km di diametro! La loro origine pare essere associata a quella delle comete: gli oggetti Apollo sarebbero i nuclei di comete che hanno perso i loro componenti volatili nei ripetuti passaggi in prossimita del Sole
I pianeti piu prossimi al Sole (Mercurio, Venere, Terra e Marte) sono fondamentalmente simili nel senso che presentano tutti una superficie solida. Possiedono tutti un pesante nucleo metallico e un mantello di silicati su cui galleggia? una crosta solida abbastanza sottile. Una caratteristica che appare presente in tutti ma che risalta maggiormente in quei pianeti con una debole atmosfera (Mercurio, Marte), e la craterizzazione dovuta all’impatto sulla superficie di corpi estranei avvenuta con particolare frequenza nelle fasi iniziali di informazione dei pianeti.I piu massicci del gruppo (Venere e Marte) possiedono delle atmosfere molto diverse da quella terrestre indice di attivita vulcanica attuale o passata. In particolare, sulla superficie di Venere la pressione atmosferica e 90 volte piu grande di quella sulla Terra e, a causa dell’effetto serra causato da questa densa atmosfera, la temperatura e di circa 500 C, sufficientemente elevata per fondere il piombo e lo zinco. L’atmosfera e principalmente composta di anidride carbonica, un gas che noi rilasciamo nella respirazione,e che costituisce un tipico prodotto del riscaldamento di alcune rocce. Difatti, se l’osservazione visuale della superficie non e possibile per le nubi che avvolgono Venere, tramite gli echi radar inviati da Terra sono stati comunque vistiï diversi vulcani attivi.Analogamente su Marte, pur dotato di una atmosfera molto piu tenue, sono stati fotografati diversi vulcani estinti tra i quali anche il piu grande vulcano del sistema solare, l’Olympus Mons. Anche qui l’atmosfera se si trascurano i componenti minori, e composta di anidride carbonica ad una pressione pari allo 0;5 per cento di quella terrestre. La temperatura superficiale media e abbastanza bassa e all’equatore puo variare da circa 27 C a 100 .
acqua, pur presente, a causa di questi valori di pressione e temperatura non puo pero assumere lo stato liquido. Lo studio comunque di diverse fotografie ha accertato che nella storia geologica di Marte ci devono essere stati dei periodi nei quali il clima era certamente piu mite in modo da consentire la presenza di acqua nella fase liquida.<strong>I pianeti gassosi.I pianeti gassosi (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) sono ben piu grandi di quelli terrestri. Sono pure molto differenti in quanto costituiti principalmente di gas. Si pensa che la loro struttura interna sia costituita da gas nella fase liquida con nel nucleo uno stato liquido particolare dell’idrogeno tale da renderlo molto simile ai metalli. Le parti piu esterne sono composte principalmente da idrogeno, elio, metano ed ammoniaca. Queste sostanze, assieme ad altre di minor rilevanza, formano dense nubi che si dispongono a bande parallele all’equatore del pianeta e che, nel caso di Giove, sono facilmente visibili anche con un piccolo telescopio amatoriale. Tutti questi pianeti hanno molti satelliti e sistemi di dischi disposti sul piano equatoriale: famosi gli anelli di Saturno pure visibili facilmente con gli strumenti dell’astrofilo.
Anche le comete,come tante altre cose nel Cosmo, non sono piu quelle di prima. Mentre molti incominciavano gia a lamentare il «ritardo» delle stelle cadenti, e cioè
dei frammenti di polvere interplanetaria che diventano incandescenti per il contatto con l’atmosfera mentre precipitano verso la Terra, e tradizionalmente si vedono soprattutto durante la notte di San Lorenzo del 10 agosto, gli scienziati della Nasa hanno dato nel giorno di Ferragosto l’annuncio di un fenomeno molto piu
straordinario. Il telescopio spaziale Galex (abbreviazione di Galaxy Evolution Explorer) per la prima volta, durante il monitoraggio della stelle hanno osservato un lontanissimo astro morente, che si trascina dietro, alla velocità di 130 chilometri al secondo, una coda colossale lunga 13 anni luce. Un anno luce, vale a dire l’unità di lunghezza usata per le misure astronomiche che corrisponde alla distanza percorsa dalle radiazioni luminose, che viaggiano alla velocità di 300.000 chilometri al secondo, equivale a circa 9500 miliardi di km. Se si pensa che la distanza della Terra dal Sole è di «soli» 150 milioni di chilometri, si può avere così un’ idea sia pure lontana di che cosa significhi questa lunghissima coda. Tredici anni luce, spiega l’astrofisico Christopher Martin del California Institute of Technology di Pasadena, corrispondono a 20.000 volte la distanza fra il Sole e Plutone. «Quando ho esaminato la coda di Mira - confessa Christopher Martin, il direttore del centro di osservazione del telescopio spaziale Galex - sono rimasto allibito. Mai avrei potuto pensare che questa stella rossa gigante che gli astronomi conoscono e studiano da oltre 400 anni ci potesse riservare ancora delle sorprese». Mira è «una gigante rossa», una stella vecchia e molto veloce che durante la corsa libera grandi quantità di materiale. L’interesse della scoperta, come lo scienziato spiega insieme agli altri colleghi del gruppo di monitoraggio del Galex in un articolo che compare nel numero del 15 agosto della rivista Nature, deriva dal fatto che studiando la coda di Mira - o piu esattamente della stella che ora viene chiamata Mira A, per distinguerla dalla sua sorella minore chiamata Mira B che la accompagna rotolando nel cosmo alla velocità di 467.000 chilometri orari - si potrà capire con maggiore chiarezza che cosa succederà nel momento, per ora talmente remoto da sembrare incredibile (ma che è invece sicuro), della «fine del mondo». Un giorno, forse fra pochissimi miliardi di anni, perchè il nostro sistema solare è gia vecchio di 5 miliardi di anni, anche il nostro Sole lentamente si spegnerà diventando come Mira. Non potremo fare nulla per impedirlo, ma, quanto meno, avremo la modesta consolazione di sapere che cosa succede con un discreto preavviso. Ad ogni buon conto, come notano gli ottimisti, tutto questo lungo processo di spegnimento del Sole che ci riguarda non significa necessariamente fine dell’ universo. «Dallo studio della polvere di stelle di questa scia interminabile lasciata da Mira aggiunge Mark Seibert degli osservatori stellari della Carnegie Institution di Washington, che collabora con Christopher Martin alle ricerche di Pasadena ” abbiamo molta fiducia di capire come nascono le nuove stelle. Non solo, dall’
analisi della materia cosmica, dato che la coda stellare di Mira contiene i gas che si sono sprigionati nel corso degli ultimi 30.000 anni, è possibile che queste indagini ci aiutino a capire in parte perfino il mistero dell’ origine della vita”. Fin qui, anche se la lunghissima coda di «polvere di stelle» è tutta da da analizzare, la sensazionale scoperta. Che, come spesso succede, ancora una volta (e gia Newton insegna) è accaduta quasi per caso. La scia dell’astro morente, infatti, era sfuggita finora a tutti gli altri telescopi probabilmente perchè i gas sprigionati dal nucleo rosseggiante di Mira sono visibili solo all’ ultravioletto. Ma del resto la «gigante rossa» di questi scherzi agli astronomi ne ha fatti parecchi. Era gia successo quando la stella fu notata per la prima volta dall’ astronomo olandese David Fabricius il 3 agosto 1596, mentre lo scienziato stava studiando Mercurio e aveva bisogno di una stella come punto di riferimento per misurarne la posizione e scelse la piu luminosa e vicina al pianeta, un astro ancora anonimo di terza magnitudine. Quando Fabricius la osservò di nuovo, però il 21 agosto, la stella era diventata di prima magnitudine e in ottobre era addirittura invisibile. Lo scienziato, di conseguenza, concluse che doveva trattarsi di una nova, e cioè di una stella che aumenta improvvisamente di luminosità per poi ritornare di alla luminosità primitiva. Ma in una quarta osservazione, avvenuta dopo oltre dodici anni il 16 febbraio 1609, l’ astronomo notò che la presunta nova era ritornata a brillare, il che sembrava smentire l’ipotesi della nova. Toccò poi a due altri scienziati, il frisone Johann Holwarda e il tedesco di Danzica Johannes Hevelius, di determinare il periodo di riapparizioni di questa stella variabile, che Holwarda sbagliando di poco i calcoli fissò in undici mesi e che Hevelius chiamò Mira (in latino «meravigliosa»). Fu così che, dopo queste scoperte, la stella Mira (detta anche, dal nome della costellazione, Omicron Ceti) divenne la capostipite e la piu conosciuta della classe di 6000 stelle variabili a lungo periodo che si conoscono oggi.
Dopo aver fatto volare milioni di persone sulla superficie terrestre, Google ha deciso di trasformarle in esploratori dello spazio. Da oggi la Via Lattea, la galassia di Andromeda e le nebulose più remote sono per tutti a pochi click di mouse di distanza grazie al nuovo progetto del colosso califoniano. Si chiama Google Sky e permette a chi utilizza Google Earth di guardarsi alle spalle e di puntare dritto verso le stelle.La novità è stata svelata oggi. Si tratta di un ampliamento del noto programma che fornisce una visuale in 3D della superficie della Terra. Utilizzando la modalità Sky, attivabile selezionando un”iconcina, si può zoomare sulle immagini dettagliate di 100 milioni di stelle e 200 milioni di galassie, avendo l”impressione di muoversi nello spazio profondo.Il nuovo nato di casa Google puòcontare su un archivio di più di un milione di foto tratte da importanti fonti accademiche e scientifiche, tra le quali il telescopio spaziale Hubble e l”osservatorio californiano di Monte Palomar.L’idea di base è prendere Google Earth e girargli la testa, dice il tecnico di Google Ed Parsons alla Bbc. “In questo modo, invece di utilizzarlo per vedere immagini della Terra, lo si usa per osservare lo spazio”.Per utilizzare Google Sky, è necessario avere installato sul proprio computer l”ultima versione di Google Earth. Spostandosi in una zona della superficie terrestre, si può decidere di vedere la porzione di cielo osservabile da quel punto e iniziare così il “viaggio” nel cosmo. Si può poi procedere senza indicazioni oppure visualizzare una serie di informazioni sulle costellazioni e sui corpi celesti. E come nei loro voli sulla Terra, gli utilizzatori possono posizionare dei dati o delle annotazioni sulle immagini di base.Non è la prima volta che Google punta sullo spazio. Lo scorso anno sono stati lanciati Google Mars e Google Moon, per esplorare rispettivamente la superficie di Marte e i luoghi di atterraggio delle missioni Apollo. Questa volta, però il progetto è su una scala decisamente più ampia.L’obiettivo è raggiungere un pubblico di massa e le caratteristiche per riuscirci ci sono tutte. Perchè se l”inquinamento luminoso sta rendendo sempre piu difficile vedere le stelle e grazie alle missioni spaziali il cosmo è ormai un po” meno misterioso, il cielo notturno e i corpi celesti sono uno spettacolo ancora capace di emozionare e lasciare a bocca aperta.
Si apre la nuova era della caccia alle galassie. Grazie a un potente telescopio a infrarossi un gruppo di ricercatori di tutto il mondo è riuscito a eludere la luce abbagliante di 20 quasar (radiosorgenti quasi stellari) e così a identificare ben 14 nuove galassie. La loro luce, assorbita e quindi nascosta da quella degli oggetti quasi stellari, giunge da molto lontano,circa sette miliardi di anni luce di distanza dal nostro pianeta.
LA SCOPERTA - Il dottor Michael Murphy, della Swinburne University, ha spiegato che il Very Large Telescope dell”Eso (European Southern Observatory), collocato sulle Ande cilene, consente di sezionare la potente luce dei quasar, dividendola nei colori che la compongono, e quindi analizzarla e riconoscere al suo interno l”inclinazione magnetica che sta a indicare la presenza della più flebile luce delle galassie che si trovano proprio davanti ai quasar. Il dottor Murphy ha passato in rassegna lo spettro cromatico di un”enorme quantità di quasar alla ricerca di quella informazione, identificandone una ventina: lo studio delle porzioni di spazio che circondano i quasar presi in esame ha portato infine alla scoperta delle nuove galassie, in grado di dare origine ogni anno a qualcosa come una ventina di stelle analoghe al nostro Sole. class
SOLO UNA PICCOLA PARTE -Si stima che esistano centinaia di miliardi di galassie nell’universo, e fino a ieri ne erano note solo 12 altrettanto distanti dalla Terra, sempre nell’ambito di quelle nascoste dai quasar: oggi il risultato raggiunto da Murphy e compagni fa più che raddoppiare tale numero. E sicuramente solo una piccola parte di ciò che è nascosto nelle profondità dell”universo, ma si tratta comunque di un grande passo avanti. La scoperta del team di astronomi, guidati dal Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics tedesco, è stata accettata per la pubblicazione dall”Astrophysical Journal.